mercoledì 26 settembre 2018

PER UNA CITTÀ APERTA, SENZA PAURA


Bologna è da sempre una città aperta, internazionale e capace di dare spazio al dialogo tra diversi. Una grande storia di storie: quella delle donne e degli uomini che l’hanno costruita. Una città che integra attraverso il lavoro, la conoscenza, la voglia di darsi da fare, la centralità della persona, un punto di vista popolare prevalente nelle scelte fondamentali.
Bologna è una città coraggiosa, perché abbatte muri e crea cittadinanza. Una città aperta, senza paura. Che difende con le unghie e con i denti l’affermazione dei diritti, tanto quanto dei doveri di chi la vive.
Una città che scommette su chi arriva, o arrivava, da lontano.
Una città italiana, perché da sempre i principali migranti sono stati e continuano ad essere i nostri connazionali. Poi Bologna ha accolto nel recente passato e nel suo presente anche migliaia di profughi, vittime dei conflitti nei Balcani, così come in Africa e Medioriente, senza mai girarsi dall’altra parte, in modo organizzato, dignitoso ed efficiente.

Questa città fatta di quartieri diversi, di sensibilità diverse, con tante risorse ma anche la sofferenza di chi vive sulla propria pelle difficoltà che la politica non sa più comprendere nè risolvere.
Questa città crede sia possibile continuare ad essere esempio nella costruzione di una cultura di nuova cittadinanza, italiana ed europea. Come sempre rimboccandoci le maniche, prendendo posizione, domandando sicurezza e partecipazione democratica.

Per affermare tutto questo, vogliamo avviare un intenso cammino fatto di iniziative e appuntamenti.

Ritroviamoci!
Diversi ma uniti.
Si parte il 10 ottobre con una cena alle Cucine popolari.

mercoledì 19 luglio 2017

INSIEME PER LA RICERCA Lettera aperta ai ricercatori e ai parlamentari

Maurizio Tarantino


Marketing e Comunicazione, Fondazione Teatro Comunale di Bologna

Coordinatore Campo Progressista
Officina delle idee Bologna maurizio.tarantino.76@gmail.com


Quale futuro per i ricercatori? la ricerca italiana sta morendo!



In queste settimane assistiamo al manifestarsi a Bologna a un malcontento crescente da parte dei ricercatori universitari che desta molta preoccupazione in vari segmenti della sfera accademica, sociale, politica e culturale della città che, più in generale, prende atto di uno sconcertante panorama nazionale che vede minato il ruolo del ricercatore e del futuro della ricerca in Italia.
Il problema noto da tempo diventa oggi una vera e propria emergenza e scaturisce dall’applicazione dalla Legge n. 240 del 2010 Art. 24 a firma di Mariastella Gelmini, che, nell’istituire la nuova figura del ricercatore universitario ha sostituito una posizione lavorativa potenzialmente a tempo indeterminato, quella del ricercatore, con un altro esclusivamente a tempo determinato. La legge 240/2010 ha comportato poi una crescita esponenziale di contratti di lavoro parasubordinati (assegni di ricerca)1, rinnovabili al massimo per 6 anni, e impedisce ai pochi ricercatori assunti con contratto a tempo determinato di superare il limite dei 5 anni (3+2).
La catena di rapporti precari istituita dal legislatore produce come effetto che lo studioso difficilmente verrà premiato anche se a lungo impegnato nell’Università e dovrà dedicare parte considerevole del proprio tempo alla ricerca di una difficile soluzione di proroga o di un nuovo tipo di contratto.
A fronte di tale difficoltà o improrogabilità dei contratti, gli Atenei oggi non offrono prospettive future ai ricercatori precari, in quanto non vengono banditi i concorsi per i ruoli di Prof. Associati che, tramite apposite selezioni potrebbero garantire la possibilità di sviluppo professionale a tutto il sistema della ricerca italiana.
Tale condizione è dettata dalla scarsità di risorse che impedisce agli Atenei di procedere all’assunzione a tempo indeterminato del personale. Ciò obbliga le Università ad assumere sempre nuovi ricercatori al fine di sostituire quelli oramai non più prorogabili. Una dinamica che somiglia molto al ciclo dei tirocinanti nelle aziende.
Lo schema dunque non offre al mondo accademico prospettive di crescita né professionale, né sociale e causa forti ricadute sul sistema formativo italiano, con un inevitabile scadimento della qualità dei corsi e del prestigio degli Atenei stessi.
Il problema risulta di particolare gravità sul profilo generazionale, sia per il lavoratori dell’ambito universitario - specie per gli under 40 già pesantemente colpiti dall’altissimo tasso di disoccupazione - sia per gli studenti, che vedono compromessa la qualità della loro formazione.
Quanto descritto risulta essere l’ennesimo atto di trascuratezza dei governi che via via si sono succeduti riguardo al sistema universitario del Paese. Anni il blocco del turnover, che hanno generato un invecchiamento della classe dirigente accademica già notevolmente caratterizzata da dinamiche conservatrici e di scarsa innovazione, congiuntamente alla esiguità di risorse - che impedisce l’assunzione del personale vincitore dei concorsi - e al blocco degli stipendi dei

docenti genera una disincentivazione e una frustrazione del sistema pubblico d’insegnamento. Tali tratti delineano un deliberato cambio di sistema verso un modello universitario votato alla creazione di centri di ricerca di diritto privato (uno su tutti IIT recentemente fondato a Genova) ai quali viene demandata la conoscenza con notevoli ricadute sullo spirito critico e sull’autonomia dell’insegnamento.page1image27280
D’altro canto, i risultati del calo vertiginoso degli iscritti agli Atenei negli ultimi cinque anni raccontano bene il quadro di un Paese impoverito e culturalmente in decadenza, che offre sponde al populismo e al declino socio-politico.
Per tali motivi avvertiamo l’esigenza di porre un forte appello al mondo politico di sinistra, che tali questioni vengano assunte come prioritarie e dirimenti nell’iter politico e parlamentare del Paese.
In particolare:


  • chiediamo ai parlamentari di ascoltare le migliaia di lavoratori della conoscenza, che da anni segnalano tali problematiche e chiedono prospettive e possibilità nell’immaginare un futuro per loro e per il Paese;
  • chiediamo un approfondimento sulle linee strategiche della ricerca in Italia, nell’analisi di domanda e offerta, e nel garantire i giusti flussi occupazionali volti al pieno utilizzo delle risorse umane e intellettuali degli Atenei, in un ottica di innovazione e sostenibilità;
  • chiediamo un cambio di passo del MIUR sull’annosa questione dei ricercatori in scadenza nel destinare le giuste risorse all’Università italiana, diversificando alcune recenti scelte che preferiscono investire cospicue risorse sull’idea di fondazioni universitarie pubblico/privato, sull’idea di docenti nominati dalla classa politica (vedi le proposte sui super professori delle cattedre Natta), piuttosto che sull’idea di conoscenza quale bene comune.

L’art. 22, comma 9 della stessa legge afferma che “la durata complessiva dei rapporti instaurati con i titolari degli assegni di cui al presente articolo e dei contratti di cui all’art. 24, intercorsi anche con atenei diversi, statali, non statali o telematici, nonché con gli enti di cui al comma 1 del presente articolo, non può in ogni caso superare i dodici anni”


Di questo approfondiremo il 27 luglio presso Piazza Verdi angolo Bar Piccolo
Maurizio Tarantino CAMPO PROGRESSISTA BOLOGNA Vladimiro Ferri ARTICOLO 1 MDP BOLOGNA 





domenica 11 giugno 2017

LE RADICI DELLA CRISI EUROPEA TRA TRADIMENTI E SPERANZE

Stefano Zamagni 

Professore ordinario di Economia Politica, Università di Bologna e Adjunct Professor of International Political Economy, Johns Hopkins University, Bologna Center. s.zamagni@unibo.it


   
Parlare,  oggi,  dei problemi  dell’integrazione  europea  e dei mali  che affliggono il vecchio
continente sarebbe come portare vasi a Samo, tanta è l’attenzione che, nei più disperati luoghi, viene ad essi rivolta. Preferisco allora volgere l’attenzione alle cause remote – non prossime – dell’attuale crisi europea e ciò allo scopo di far emergere una possibile via di uscita dalla stessa. Per ovvie ragione di spazio, procederò in modo apodittico.
Al termine del secondo conflitto mondiale, iniziano a confrontarsi, nell’arena pubblica, come ha indicato A. Magliuolo, due grandi dottrine e strategie politiche: da un lato, il federalismo, dall’altro l’internazionalismo. La posizione federalista era chiara: per unire l’Europa occorreva costituire, dapprima, un governo sovranazionale e poi procedere all’integrazione dei mercati – del lavoro, dei capitali, dei beni e servizi. Per gli internazionalisti, invece, era sufficiente ripristinare l’antico ordine liberale basato sul principio del libero scambio per poter giungere ad un’Europa di stati nazionali che, senza cessione alcuna di sovranità, sarebbero riusciti a convivere in modo pacifico e prosperoso. Alla fine, però, prevalse una terza posizione dottrinale, quella del funzionalismo. Secondo una tale linea di pensiero - sostenuta da figure autorevoli come quelle di Monnet e Schuman – occorreva bensì mirare all’unità politica dell’Europa – come desiderato dai federalisti - ma a ciò si sarebbe dovuti arrivare al termine di un processo di progressiva integrazione economica e finanziaria. Dunque, prima il mercato unico, poi l’unione monetaria; infine l’unione fiscale.
Jacques Delors, pur riconoscendosi nella strategia funzionalista, pubblicava nel 1989, al termine del suo mandato come presidente della Commissione Europea, un importante documento – il cosiddetto “Rapporto Delors” – nel quale raccomandava quali scelte si sarebbero dovute operare per assicurare che il processo di convergenza verso l’auspicata unione politica europea avvenisse nel rispetto di quei  principi guida che i padri fondatori avevano delineato già a partire dagli anni Cinquanta. E’ accaduto, invece, che il testo del Trattato di Maastricht – firmato nel 1992 – sostanzialmente ha disatteso e ribaltato le raccomandazioni di quel Rapporto. Come ha scritto Tamburini, (2015) quattro sono stati i principali terreni di scontro emessi durante i lavori preparatori del Trattato medesimo – scontri che hanno visto la vittoria di posizioni contrarie a quelle suggerite da Delors.

Il primo fronte ha visto l’opposizione tra monetaristi e realisti. Vincono i primi: ci sarebbe
voluto troppo tempo – sostennero costoro – per giungere all’armonizzazione delle politiche industriali, agricole, sociali dei vari paesi. Meglio dunque procedere subito con l’unione monetaria – l’euro nasce il 1° gennaio 2002.
Il secondo fronte ha avuto per oggetto l’alternativa tra government  e governance. Chi deve guidare il processo di unificazione europea: i politici oppure i tecno-burocrati? Soggetti espressione di volontà politica oppure di apparati tecno-burocratici? Vincono i sostenitori della strategia della governance.
Il terzo terreno di scontro ha riguardato il metodo da adottare nel processo di decision-making: le istituzioni europee devono rappresentare una sorta di cassa di risonanza dei governi nazionali in carica oppure devono esercitare un reale potere di deliberazione? Vincono gli intergovernativisti,  sostenitori della prima opzione e perdono i cosiddetti comunitaristi che avrebbero voluto attribuire al Parlamento europeo e alla Commissione effettivi ruoli decisionali.
Infine, un ulteriore terreno di acceso confronto dialettico è stato quello riguardante la scelta tra le tesi dei welfaristi e quelle dei mercatisti. Oggetto della disputa è chiaro: deve venire prima la crescita oppure il welfare? In altro m odo, è la spesa per il welfare che stimola lo sviluppo; oppure è quest’ultimo che crea le risorse necessarie a finanziare il sistema di welfare? Quanto a dire, quelle del welfare è una spesa per consumi oppure per investimenti? Vincono i mercatisti.
Alla luce di quanto precede, si può comprendere in qual senso il trattato di Maastricht costituisca un “tradimento” rispetto agli ideali europei delle origini, presenti nel Rapporto Delors, che auspicava una Unione Europea come Unione fra Diversi, nella quale il rispetto delle matrici culturali e identitarie delle singole nazioni si amalgamasse con politiche comuni in ambito sia economico sia socio-politico entro una cornice federalista ispirata al principio di sussidiarietà. Aveva scritto anni addietro quel grande europeista che fu K. Adenauer: “Viviamo tutti sotto lo stesso cielo, ma non tutti abbiamo lo stesso orizzonte”. Il cielo dell’Unione Europea avrebbe dovuto accogliere i tanti orizzonti differenti e ricomporli nel mosaico di una umanità molteplice e unita.
Oggi, l’UE è di fatto – non certo di diritto – succube dell’egemonia tedesca.  Basti pensare
alle politiche di austerità imposte all’area euro, politiche che non hanno alcun supporto economico-scientifico, come l’evidenza empirica, oltre che teorica, mostra ad abundantiam. La Germania è riuscita – e questo è stato il suo pezzo di bravura – ad elevare il proprio interesse nazionale al livello dell’interesse comunitario (“Quel che è bene per la Germania è bene per l’intera Europa”), attribuendo ad una particolare strategia economica valore morale. Come ciò sia potuto accadere è facile da comprendere, molto meno da giustificare.
In primo luogo, come la storia insegna, l’egemonia economica conduce sempre, presto o tardi, all’egemonia culturale: una strategia politico-economica che produce risultati positivi modifica sempre, tanto o  poco, le mappe cognitive delle persone, fino a divenire criterio di giudizio sul reale. Si deve sapere che fino al 1998 la Germania era un paese in forte difficoltà, con un alto debito pubblico (per gli standard tedeschi) e fortemente appesantita, nella sua  struttura produttiva, dal processo di unificazione delle due Germanie, iniziato all’indomani della caduta del muro di Berlino  nel novembre 1989 e basicamente terminato in un lasso di tempo così breve che nessuno aveva previsto che quel processo si fosse potuto realizzare.

Dieci anni dopo, arriva in Europa la grande crisi finanziaria scoppiata negli USA nell’aprile 2007 e la Germania coglie al balzo questa straordinaria opportunità per “imporre” a tutti la nota politica di austerità. La firma del fiscal compact – la cui entrata in vigore avviene il 1° gennaio 2013 – è il coronamento della grande abilità e capacità di persuasione della leadership tedesca. L’accettazione – di fatto supina – di tale patto mentre ha tarpato le ali alla possibilità di ripresa dei paesi dell’area mediterranea, ha accresciuto considerevolmente la capacità di esportazione della Germania – il surplus della bilancia commerciale tedesca ha continuato infatti a superare di molto il limite fissato nell’accordo – e soprattutto è valso a calamitare sulle banche tedesche i titoli pubblici dei paesi in difficoltà finanziaria.
Quanto sopra è certamente rilevante, ma non sufficiente a dare conto della profonda situazione di crisi in cui versa oggi  il progetto europeo. Una crisi, la cui più recente manifestazione è stata quella dell’accordo di Bruxelles del 18 febbraio 2016,  siglato in extremis per cercare di scongiurare la cosiddetta Brexit. Sono dell’avviso che quanto finora accaduto – ma che avrebbe potuto non accadere – consegue da uno specifico deficit culturale, quello di non essere riusciti in Europa a porre a fuoco e a trarre tutte le conseguenze dal riconoscimento  delle “virtù europee”. Vedo di chiarire.
Per il modello di Costituzione Europea, l’Europa è “una comunità di valori comuni” con una storia condivisa, sia pure punteggiata da frequenti lotte, guerre, tensioni e pluralismi di vario genere. Ciò è certamente vero, ma occorre qualificare questi valori comuni, al di là dei cosiddetti “valori occidentali”, se si vuole parlare di identità europea. Nella proposta della Costituzione Europea (2000) si legge che un’unione “è fondata sui valori del rispetto delle dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, ivi compresi i diritti degli appartenenti alle minoranze” (artt. I-II). Mai nessuno potrà negare cogenza a tali valori, anche perché, a far tempo dalla Dichiarazione dei Diritti Umani proclamata dalle Nazioni Unite nel 1948, tutti i paesi e tutti i continenti li hanno in qualche forma accolti. Ma al livello di astrazione al quale sono enunciati, difficilmente essi possono essere presi come peculiari della configurazione europea. Ecco perché non si può eludere il problema di definire i tratti distintivi dell’identità europea.

Nel suo L’eredità dell’Europa (1989), Hans Gadamer scrive che l’eccezionale merito dell’Europa è sempre stato quello di saper riconoscere e vivere con l’Altro: “Vivere con l’Altro, vivere come l’Altro dell’Altro è il compito fondamentale dell’uomo, al più basso come al più alto livello. Da qui forse il particolare vantaggio dell’Europa, che ha potuto e dovuto imparare l’arte di vivere con gli altri”. E’ un fatto che la storia dei popoli europei ha prodotto una straordinaria fioritura di diversità. Nessun  altra parte del mondo contiene in così piccolo spazio una tale varietà di costumi, di tradizioni culturali, di organizzazioni politiche. Tutte le forme della diversità sono state coltivate in Europa fino alla conflittualità più spinta. Sono dell’avviso che tre parole chiave – persona, democrazia, fraternità – bene esprimano questa arte, tipicamente europea, cui allude Gadamer.
Sarà l’Europa capace di raccogliere la sfida del nuovo Umanesimo? Sarà cioè capace di tornare a parlare il linguaggio del bene comune, così da essere in grado di andare oltre i pur notevoli risultati finora raggiunti sul fronte del mercato unico, della moneta unica, della unione bancaria? La mia risposta è positiva. Il fatto è che – come è stato da più parti osservato – tratto caratteristico dell’Europa è sempre stato la sua capacità di trasformare, più o meno in profondità, le sue strutture giuridiche, politiche ed economiche per renderle adeguate ad interpretare l’emergenza del nuovo. E’ il mutamento continuo la cifra della matrice culturale europea a partire almeno dalla rivoluzione pontificia del 1075-1122 ad opera di Gregorio VII.

Dire che l’Europa ha necessità, in questo tempo, di un supplemento di anima è dire una banalità, tanto è avvertita quella necessità. A tale riguardo, viene talvolta citato l’apologo di Soeren Kierkegaard: “La nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è la rotta, ma ciò che mangeremo domani”. In effetti, manca in Europa una “voce” che indichi la rotta, che suggerisca la via per giungere in porto. Non è affatto detto che questa voce non possa presto essere udita. Occorre però fare tesoro della raccomandazione di Franz Kafka che in un suo noto romanzo ha scritto: “Due sono i peccati capitali da cui derivano gli errori umani: l’impazienza e l’inerzia. A causa dell’impazienza  siamo stati cacciati dal paradiso terrestre; a causa dell’inerzia [dell’accidia] non riusciamo più ad entrarci”. Parole queste che si commentano da sole.

Per partecipare al gruppo Economia scrivici a: officinaideebologna@email.it 

sabato 8 aprile 2017

RIFLESSIONI SUL LAVORO DAL DIBATTITO CON GAD LERNER

Maurizio Tarantino

Marketing e Comunicazione, Fondazione Teatro Comunale di Bologna

Coordinatore Campo Progressista
Officina delle idee Bologna m.tarantino@comunalebologna.it


Nasce l'Officina delle Idee di Bologna, con un'iniziativa dedicata al Lavoro, venerdì 07 aprile, Gad Lerner insieme a Luigi Giove, segretario regionale della Cgil ER, Silvia Prodi e Andrea De Maria, hanno parlato di Carta dei diritti, e delle prospettive politiche del CSX.

L'iniziativa, molto partecipata, si è svolta alle Scuderie di Piazza Verdi, e si è proposta di affrontare il primo tema, probabilmente il più importante e il più urgente per la politica italiana del nostro tempo.


L'emergenza lavoro è oggi un dato imprescindibile, della crisi strutturale in cui ormai da molti anni versa non solo il nostro paese ma l'intero occidente. Una disoccupazione giovanile al 40%, un'intera generazione condannata al precariato e al lavoro sottopagato, spesso senza tutela alcuna, senza la benché minima speranza nell'acquisizione di diritti, è il segnale di come ormai un intero modello, basato sulla deregulation, sull'integralismo del predominio del mercato senza se e senza ma, sulla sudditanza della politica rispetto all'economia e alle politiche da queste dettate, abbia ormai manifestato i suoi limiti, e non possa più essere preso come riferimento.

Le manifestazioni di tale modello, sono state le politiche di austerithy, con il conseguente smantellamento dello stato sociale, di interi paesi, vedi la Grecia e in buona sostanza anche la Spagna e l'Italia, e un regresso in termini di diritti e di welfare, dell'intera comunità europea.
Tale condizione ha maturato e sta facendo lievitare in maniera esponenziale, una tendenza all'autoritarismo, al protezionismo, alla richiesta di protezione e in termini economici e in termini fisici, vedi i vari muri di cui sempre più spesso sentiamo parlare, la limitazione dell'integrazione sociale, e la degenerazione della politica, su derive di destra e xenofobe.

Tale tendenza si è già manifestata e consumata, anche nei grandi attori internazionali che negli ultimi decenni sono stati gli artefici della teoria del libero mercato incondizionato, poi passato sotto il nome di liberismo, cioè gli Stati Uniti e l'Inghilterra. I paesi fondatori della Word Trade Organizzation, delle istituzioni sovranazionali quali la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, gli stati che hanno posto le basi dell'egemonia culturale e politica degli ultimi 60 anni, oggi hanno improvvisamente cambiato agenda, sotto la spianta di un malcontento crescente e un misconoscimento delle istituzioni di cui sopra, nonché del suddetto sistema politico economico, quello cioè che comunemente definiamo populismo.

La Brexit prima, l'elezione di Theresa May e di Donald Trump, rappresentano un preoccupante cambio di prospettiva, che nasce forse da ragioni comprensibili: la deindudtrializzazione dell'occidente in favore della Cina e dei paesi emergenti, lo smantellamento del mercato del lavoro, la crisi del debito, la disoccupazione in costante aumento ecc., per poi manifestarsi nel peggiore dei modi, il protezionismo, le politiche repubblicane, l'innalzamento dei muri.

Tutto questo è potuto accadere perché probabilmente la sinistra non ha assolto al suo compito, cioè quello di ascoltare le fasce più basse della popolazione, di intervenire sulle diseguaglianze, denunciare i soprusi, e le mala gestioni e del pubblico e del privato, di non rappresentare i propri elettori, e non rispondere alla propria vocazione tesa all'equità e all'attenzione alle fasce più deboli.

Un provvedimento come il Job Act, che ha individuato il problema del lavoro, nei diritti dei lavoratori, che si proposto di generare nuovi posti, precarizzando quelli in essere, che non si pone il problema di una politica industriale, degli investimenti pubblici a sostegno della creazione di commesse, è stato un provvedimento scellerato.

Un provvedimento che anche nella sua forma attuativa risulta essere tutto fuorché di sinistra. Per molto tempo durante il governo Renzi, è stato demonizzato il sindacato come il nemico, i sindacalisti come usurpatori e privilegiati, i lavoratori come improduttivi.

Tutto ciò ha generato il percorso per il quale al referendum del 4 dicembre il governo assume la sua prima pesante sconfitta, che potrebbe essere replicata in Giugno, laddove venga confermato il referendum della Cgil.


Seppur passi avanti (per alcuni passi indietro) sono stati fatti sull'abolizione dei Voucher,  sulla disciplina degli appalti siamo ancora ben lungi dal trovare un quadro condiviso dal sindacato, e considerando che in Italia, dalla sanità, ai trasporti, all'edilizia, al pubblico impiego, tutto è assegnato per appalti, che spesso vengono dati al massimo ribasso, e scaricati sulle spalle dei lavoratori, una disciplina seria sul codice degli appalti è indispensabile, e se non  dovesse esserci, tutto lascia intendere, che il referendum si farà.

La nascita di formazioni politiche come Art.1 e di Campo Progressista, sono segnali piuttosto chiari che la volontà politica sta cambiando, restano però nodi irrisolti soprattutto nel partito democratico, nel pieno del suo congresso, che sul rapporto con il sindacato, è fortemente in difficoltà, almeno per quel che riguarda il probabile futuro segretario, cioè Matteo Renzi.

La prospettiva di campo progressista sarà quella di porre le basi per creare dei LINK iniziando proprio dal confronto sui temi; dei link tra le varie anime della sinistra, che non possono permettersi di viaggiare separate alle prossime politiche, per il semplice fatto che da una parte rischierebbero di essere minoritarie, dall'altra, è il caso del PD, probabilmente non potrebbero più aspirare al governo del Paese.

Non è affatto detto che il prossimo segretario del Pd debba essere il candidato premier di una colazione di Centro Sinistra, anzi è molto probabile che non lo sarà, com è probabile che  di fronte a questo dilemma il Pd scelga le larghe intese finanche con Berlusconi.

Quello che sembra piuttosto certo, è il fatto che se non si apre una seria interlocuzione su questo tema a sinistra, che affronti il nodo della legge elettorale, e che condivida un percorso di comunità, forse a festeggiare saranno altri, forse proprio i populisti di cui sopra.