CULTURA

CULTURA DELL’OSPITALITÀ MENS-A

2017 16-17-18 giugno Bologna / 20 giugno Vignola / 30 settembre Ravenna 


di: Beatrice Balsamo

Presidente APUN - Psicologia umanistica e delle narrazioni Psicanalisi Arte e Scienze Umane (LFA-APS).
Ideatrice del Cinema del Ristoro e della Cura. Docente Unicatt e Unibo di Scienze Umane e Filosofia dell’Ospitalità. 
Direttore scientifico dell'evento internazionale sulla Cultura dell’Ospitalità  "Mens-a"balsamobeatrice@gmail.com

Referente Gruppo Cultura
Officina delle idee Bologna 



Il tema dell’Ospitare è di grande rilevanza oggi. L’etimologia stessa (hostis – ospite, straniero nemico) indicava in origine una reciprocità, chi era ospitato si impegnava a sua volta a ricambiare l’ospitalità. Ma in un secondo tempo hostis ha assunto una accezione negativa, prendendo il significato classico di ‘nemico’, si è ricorso così a nuovo termine, Hospes, che eredita e conserva in sè il valore intrinseco di apertura, reciprocità e intimo scambio.
Tale complessità semantica ci fa’ comprendere, quindi, la dinamica ospitante/ospitato. L’ospitato non è solo il vicino, il prossimo, è lo straniero, il migrante, il rifugiato, il terrorista-il nemico. 
Nella dinamica ospitante/ospitato si colloca oggi, così, la torsione tra sovranismo/populismo e cosmopolitismo/globalismo, quindi la politica dell’identità culturale ha surrogato l’ideologia e si esprime nel conflitto tra chi rivendica questa identità come un sistema chiuso (sovranisti) e chi la ritiene aperta e soggetta ad ibridazioni.
Il problema, forse, non riguarda la mancata integrazione, ma credo sia necessario comprendere cosa rappresenti l’identità culturale e lavorare su ciò perché questa non sia un rifugio ancestrale, ma un dispositivo della memoria, aperto. 
Il terrorista di Stoccolma, nell’attentato di aprile (e la Svezia ha una forte politica dell’integrazione con servizi di welfare consistente, estesi agli immigrati)  era ben inserito, viveva prospero con 4 figli, e lavorava nel molto avviato settore edile, eppure inneggiava all’Isis. Il punto è proprio l’identità culturale, bisogna forse lavorare su queste identità affinché non siano radicali, chiuse in sé, poiché la memoria identitaria è sempre retroattiva, si costruisce anche nel presente attraverso elementi di novità  e di alleanze. Vi può essere infatti una identità culturale non-ospitale ed una ospitale, aperta. 
Nella dinamica ospitante/ospitato è importante così il  luogo Terzo, dialettico, come funzione della Legge, delle istituzioni, dei governi, della cultura, dei partiti stessi. 
Di fatto la riflessione che ci consegna il pensiero umanistico e filosofico ci dice che, se il famigliare-conosciuto serra sempre più i confini, il famigliare mostra prepotentemente  il suo lato non-famigliare, inospitale, pericoloso, distruttivo (disfattivo) (Das Unheimliche – Il Perturbante di S. Freud, 1919 – concetto  affrontato pure da M. Heidegger in Introduzione alla Metafisica, 1953, e Jaque Lacan nel Seminario X, 1962).
Anzi, nel famigliare (come luogo rassicurante, protetto) è impossibile separare l’estraneo, il non-famigliare (come anche l’etimologia ci insegna), vi è un reciproco trapassare e co-implicarsi; non ci si può disfare dell’alterità che ci abita. Il famigliare è così spinta a ridisegnarsi continuamente (poter essere), in rapporto ad una estraneità che non smette di interrogarlo, inquietarlo. L’appropriazione del famigliare (come proprio, protetto) è possibile solo come confronto e dialogo ospitale con l’estraneo (M. Heidegger).
Inoltre, Jaques Derrida, che ha analizzato il passante tra Freud e Heidegger dice in Addio a Emmanuel Lévinas (1998) che la dinamica ospitante/ospitato è fin dal principio APERTURA all’Altro, costitutiva del soggetto, che prima di aprirsi all’attività dell’ospitare è già attraversato dall’atto di essere stato ospitato (dall’Altro). L’ospitalità precede l’esperienza intenzionale del soggetto, è una pre-condizione dell’essere relazionale. È una anteriorità.
E ancora, Derrida in Psichè Invenzioni dell’Altro (1997), definisce l’ospitalità come una interruzione, una sospensione di sé (del medesimo), del proprio egoismo (che usura il soggetto), per incontrare l’Alterità. Ciò è rischio, capacità di esposizione all’altro, alla differenza.
Ma la differenza non è coagulo delle opinioni di tutti – dei tanti (“tutti la pensano così”), né una tana (posizione radicale), bensì è capacità dialettica ad una asimmetria (come luogo Terzo), verso il meglio. Ciò comprende la capacità di inclusione, di soglia e del non-assimilabile (non inclusione). 
L’ospitalità quindi, non attende il costituirsi di una interiorità, ma ne definisce già da subito la natura, essa è dynamis, forza che urge, anima e sollecita, destina verso l’Altro. Derrida e Levinas precisano quindi che l’etica dell’ospitalità apre l’accesso all’umanità dell’uomo in una assegnazione tra responsabilità singolare e universalità umana. 
Come deve essere, quindi, questo luogo Terzo, come luogo della legge, dei governi, delle istituzioni, dell’etica,  perché la dinamica ospitante/ospitato non sia ospitante-nemico? 
M. Heidegger  in Introduzione alla Metafisica (1953) ci consegna un passo interessante:  “la legge in cui si gioca l’appartenenza dell’uomo all’essere è come la forza del focolare”, solo stando presso l’ombra del fuoco ci si protegge dall’eccesivo calore  ed è questa la dinamica tra l’inattingibilità del non–famigliare  (il fuoco) e l’allietamento del famigliare (l’ombra, come dolce protezione dall’eccessivo calore). È necessaria quindi una distanza-prossima, ma non intrusiva e neppure indifferente (un “gioco di chiaro scuri”), riprendendo i versi di L’Inno Andenken di Hölderlin (Rammemorare).
Così, serrare i confini come il protezionismo alla Trump o la Brexit, non accresce la sicurezza o la forza, ma la spinta demolitrice che spezza e frammenta. Solo se vi è uno spazio aperto, di alleanze larghe e attente vi è più sicurezza, pensiamo come si può meglio arginare  il terrorismo attraverso il lavoro di intelligence dei vari paesi in collaborazione, questa è una preziosità dell’Europa.  Così come la maggiore pianificazione economica e culturale, l’ apertura di confini che ci aiutino reciprocamente alla temperanza e anche all’accrescimento culturale e umano. 
Di fatto Poros e Polis si coimplicano, poros come passaggio-via e polis come città-dimora. 
E sentirsi cittadini e cittadini dell’Europa significa anche non subire il fascino di identità culturali radicali, bensì con un concetto di memoria identitaria aperta, non subire il fascino del capo (con possibili derive autoritarie, vedi Erdoğan, Putin, ecc) o di personalità narcisistiche (precondizione alla deriva autoritaria) di fatto non ospitali (poiché Narciso manca della relazione di alterità) (FACCIO TUTTO IO!, il partito persona a cui essere fedeli).
Il soggetto è strutturalmente difettivo, mancante, (è ‘non-tutto’) e quindi con una APERTURA di accoglienza, non è un tutto pieno, saturo ed espellente, e tale apertura non può essere riempita dagli oggetti (come un vuoto da riempire) e neppure da compensazioni ingannevoli, anzi proprio dove manca la mancanza, il limite, nella spinta a saturare, l’angoscia come trabocco emerge sempre più, così il distruggere (J. Lacan, Seminario X, Lezione del 19/12/1962).  
Mens-a si interroga su tutto ciò ed altro con tanti ospiti importanti. 
Mens-a è un evento del pensiero e anche la politica ha bisogno di un orizzonte di pensiero, di un tempo del pensiero, di capire da dove i problemi vengono, per affrontarli. Ha bisogno di una progettualità, ma anche di una visione, non solo la concentrazione sul presente. La mancanza di ciò apre a irrazionalismi, populismi, identità culturali chiuse. Non vi deve essere la rincorsa ad un mutamento, ma comprendere come può accadere un mutamento in positivo. 
E in ciò è necessaria una cultura del rispetto e della responsabilità, a partire dalle nostre relazioni più prossime,  in cui operare con strumenti comunicativi attenti alle singolarità, e non solo all’uomo – flusso, mero numerabile, utilizzabile, saper attingere a un sapere sulle relazioni, con parole rispondenti e autentiche, rendendo così gli altri interlocutori e non ponendosi con autoreferenzialità o supponenza, o peggio dire una cosa e fare il contrario (pensiamo a Grillo sui fatti di Genova). Perciò è necessario l’esercizio dell’ascolto in una sempre maggior corrispondenza tra pensare e agire, con temperanza e vigilanza, ricordando che l’accogliere/l’ospitare è un saper decentrarsi verso l’Altro, e che tale decentrarsi è relazionale, non unilaterale o ingannevole. 

Ben venga quindi la cultura dell’Ospitalità e il pensare la bellezza non solo come opera o competenza, vi è pure una bellezza relazionale e umana. Vi infine  differenza tra una pseudo accoglienza virtuale, ‘fredda’, dove spegnendo il computer si diventa apatici, rassegnati, depressi, e una accoglienza fisica, ‘calda’, bella, impregnata di emozioni e passione.

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