LE RADICI DELLA CRISI EUROPEA TRA TRADIMENTI E SPERANZE
Stefano Zamagni
Professore ordinario di Economia Politica, Università di Bologna e Adjunct Professor of International Political Economy, Johns Hopkins University, Bologna Center. s.zamagni@unibo.it
continente sarebbe come portare vasi a Samo, tanta è l’attenzione che, nei più disperati luoghi, viene ad essi rivolta. Preferisco allora volgere l’attenzione alle cause remote – non prossime – dell’attuale crisi europea e ciò allo scopo di far emergere una possibile via di uscita dalla stessa. Per ovvie ragione di spazio, procederò in modo apodittico.
Al termine del secondo conflitto mondiale, iniziano a confrontarsi, nell’arena pubblica, come ha indicato A. Magliuolo, due grandi dottrine e strategie politiche: da un lato, il federalismo, dall’altro l’internazionalismo. La posizione federalista era chiara: per unire l’Europa occorreva costituire, dapprima, un governo sovranazionale e poi procedere all’integrazione dei mercati – del lavoro, dei capitali, dei beni e servizi. Per gli internazionalisti, invece, era sufficiente ripristinare l’antico ordine liberale basato sul principio del libero scambio per poter giungere ad un’Europa di stati nazionali che, senza cessione alcuna di sovranità, sarebbero riusciti a convivere in modo pacifico e prosperoso. Alla fine, però, prevalse una terza posizione dottrinale, quella del funzionalismo. Secondo una tale linea di pensiero - sostenuta da figure autorevoli come quelle di Monnet e Schuman – occorreva bensì mirare all’unità politica dell’Europa – come desiderato dai federalisti - ma a ciò si sarebbe dovuti arrivare al termine di un processo di progressiva integrazione economica e finanziaria. Dunque, prima il mercato unico, poi l’unione monetaria; infine l’unione fiscale.
Jacques Delors, pur riconoscendosi nella strategia funzionalista, pubblicava nel 1989, al termine del suo mandato come presidente della Commissione Europea, un importante documento – il cosiddetto “Rapporto Delors” – nel quale raccomandava quali scelte si sarebbero dovute operare per assicurare che il processo di convergenza verso l’auspicata unione politica europea avvenisse nel rispetto di quei principi guida che i padri fondatori avevano delineato già a partire dagli anni Cinquanta. E’ accaduto, invece, che il testo del Trattato di Maastricht – firmato nel 1992 – sostanzialmente ha disatteso e ribaltato le raccomandazioni di quel Rapporto. Come ha scritto Tamburini, (2015) quattro sono stati i principali terreni di scontro emessi durante i lavori preparatori del Trattato medesimo – scontri che hanno visto la vittoria di posizioni contrarie a quelle suggerite da Delors.
Il primo fronte ha visto l’opposizione tra monetaristi e realisti. Vincono i primi: ci sarebbe
voluto troppo tempo – sostennero costoro – per giungere all’armonizzazione delle politiche industriali, agricole, sociali dei vari paesi. Meglio dunque procedere subito con l’unione monetaria – l’euro nasce il 1° gennaio 2002.
Il secondo fronte ha avuto per oggetto l’alternativa tra government e governance. Chi deve guidare il processo di unificazione europea: i politici oppure i tecno-burocrati? Soggetti espressione di volontà politica oppure di apparati tecno-burocratici? Vincono i sostenitori della strategia della governance.
Il terzo terreno di scontro ha riguardato il metodo da adottare nel processo di decision-making: le istituzioni europee devono rappresentare una sorta di cassa di risonanza dei governi nazionali in carica oppure devono esercitare un reale potere di deliberazione? Vincono gli intergovernativisti, sostenitori della prima opzione e perdono i cosiddetti comunitaristi che avrebbero voluto attribuire al Parlamento europeo e alla Commissione effettivi ruoli decisionali.
Infine, un ulteriore terreno di acceso confronto dialettico è stato quello riguardante la scelta tra le tesi dei welfaristi e quelle dei mercatisti. Oggetto della disputa è chiaro: deve venire prima la crescita oppure il welfare? In altro m odo, è la spesa per il welfare che stimola lo sviluppo; oppure è quest’ultimo che crea le risorse necessarie a finanziare il sistema di welfare? Quanto a dire, quelle del welfare è una spesa per consumi oppure per investimenti? Vincono i mercatisti.
Alla luce di quanto precede, si può comprendere in qual senso il trattato di Maastricht costituisca un “tradimento” rispetto agli ideali europei delle origini, presenti nel Rapporto Delors, che auspicava una Unione Europea come Unione fra Diversi, nella quale il rispetto delle matrici culturali e identitarie delle singole nazioni si amalgamasse con politiche comuni in ambito sia economico sia socio-politico entro una cornice federalista ispirata al principio di sussidiarietà. Aveva scritto anni addietro quel grande europeista che fu K. Adenauer: “Viviamo tutti sotto lo stesso cielo, ma non tutti abbiamo lo stesso orizzonte”. Il cielo dell’Unione Europea avrebbe dovuto accogliere i tanti orizzonti differenti e ricomporli nel mosaico di una umanità molteplice e unita.
Oggi, l’UE è di fatto – non certo di diritto – succube dell’egemonia tedesca. Basti pensare
alle politiche di austerità imposte all’area euro, politiche che non hanno alcun supporto economico-scientifico, come l’evidenza empirica, oltre che teorica, mostra ad abundantiam. La Germania è riuscita – e questo è stato il suo pezzo di bravura – ad elevare il proprio interesse nazionale al livello dell’interesse comunitario (“Quel che è bene per la Germania è bene per l’intera Europa”), attribuendo ad una particolare strategia economica valore morale. Come ciò sia potuto accadere è facile da comprendere, molto meno da giustificare.
In primo luogo, come la storia insegna, l’egemonia economica conduce sempre, presto o tardi, all’egemonia culturale: una strategia politico-economica che produce risultati positivi modifica sempre, tanto o poco, le mappe cognitive delle persone, fino a divenire criterio di giudizio sul reale. Si deve sapere che fino al 1998 la Germania era un paese in forte difficoltà, con un alto debito pubblico (per gli standard tedeschi) e fortemente appesantita, nella sua struttura produttiva, dal processo di unificazione delle due Germanie, iniziato all’indomani della caduta del muro di Berlino nel novembre 1989 e basicamente terminato in un lasso di tempo così breve che nessuno aveva previsto che quel processo si fosse potuto realizzare.
Dieci anni dopo, arriva in Europa la grande crisi finanziaria scoppiata negli USA nell’aprile 2007 e la Germania coglie al balzo questa straordinaria opportunità per “imporre” a tutti la nota politica di austerità. La firma del fiscal compact – la cui entrata in vigore avviene il 1° gennaio 2013 – è il coronamento della grande abilità e capacità di persuasione della leadership tedesca. L’accettazione – di fatto supina – di tale patto mentre ha tarpato le ali alla possibilità di ripresa dei paesi dell’area mediterranea, ha accresciuto considerevolmente la capacità di esportazione della Germania – il surplus della bilancia commerciale tedesca ha continuato infatti a superare di molto il limite fissato nell’accordo – e soprattutto è valso a calamitare sulle banche tedesche i titoli pubblici dei paesi in difficoltà finanziaria.
Quanto sopra è certamente rilevante, ma non sufficiente a dare conto della profonda situazione di crisi in cui versa oggi il progetto europeo. Una crisi, la cui più recente manifestazione è stata quella dell’accordo di Bruxelles del 18 febbraio 2016, siglato in extremis per cercare di scongiurare la cosiddetta Brexit. Sono dell’avviso che quanto finora accaduto – ma che avrebbe potuto non accadere – consegue da uno specifico deficit culturale, quello di non essere riusciti in Europa a porre a fuoco e a trarre tutte le conseguenze dal riconoscimento delle “virtù europee”. Vedo di chiarire.
Per il modello di Costituzione Europea, l’Europa è “una comunità di valori comuni” con una storia condivisa, sia pure punteggiata da frequenti lotte, guerre, tensioni e pluralismi di vario genere. Ciò è certamente vero, ma occorre qualificare questi valori comuni, al di là dei cosiddetti “valori occidentali”, se si vuole parlare di identità europea. Nella proposta della Costituzione Europea (2000) si legge che un’unione “è fondata sui valori del rispetto delle dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, ivi compresi i diritti degli appartenenti alle minoranze” (artt. I-II). Mai nessuno potrà negare cogenza a tali valori, anche perché, a far tempo dalla Dichiarazione dei Diritti Umani proclamata dalle Nazioni Unite nel 1948, tutti i paesi e tutti i continenti li hanno in qualche forma accolti. Ma al livello di astrazione al quale sono enunciati, difficilmente essi possono essere presi come peculiari della configurazione europea. Ecco perché non si può eludere il problema di definire i tratti distintivi dell’identità europea.
Nel suo L’eredità dell’Europa (1989), Hans Gadamer scrive che l’eccezionale merito dell’Europa è sempre stato quello di saper riconoscere e vivere con l’Altro: “Vivere con l’Altro, vivere come l’Altro dell’Altro è il compito fondamentale dell’uomo, al più basso come al più alto livello. Da qui forse il particolare vantaggio dell’Europa, che ha potuto e dovuto imparare l’arte di vivere con gli altri”. E’ un fatto che la storia dei popoli europei ha prodotto una straordinaria fioritura di diversità. Nessun altra parte del mondo contiene in così piccolo spazio una tale varietà di costumi, di tradizioni culturali, di organizzazioni politiche. Tutte le forme della diversità sono state coltivate in Europa fino alla conflittualità più spinta. Sono dell’avviso che tre parole chiave – persona, democrazia, fraternità – bene esprimano questa arte, tipicamente europea, cui allude Gadamer.
Sarà l’Europa capace di raccogliere la sfida del nuovo Umanesimo? Sarà cioè capace di tornare a parlare il linguaggio del bene comune, così da essere in grado di andare oltre i pur notevoli risultati finora raggiunti sul fronte del mercato unico, della moneta unica, della unione bancaria? La mia risposta è positiva. Il fatto è che – come è stato da più parti osservato – tratto caratteristico dell’Europa è sempre stato la sua capacità di trasformare, più o meno in profondità, le sue strutture giuridiche, politiche ed economiche per renderle adeguate ad interpretare l’emergenza del nuovo. E’ il mutamento continuo la cifra della matrice culturale europea a partire almeno dalla rivoluzione pontificia del 1075-1122 ad opera di Gregorio VII.
Dire che l’Europa ha necessità, in questo tempo, di un supplemento di anima è dire una banalità, tanto è avvertita quella necessità. A tale riguardo, viene talvolta citato l’apologo di Soeren Kierkegaard: “La nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è la rotta, ma ciò che mangeremo domani”. In effetti, manca in Europa una “voce” che indichi la rotta, che suggerisca la via per giungere in porto. Non è affatto detto che questa voce non possa presto essere udita. Occorre però fare tesoro della raccomandazione di Franz Kafka che in un suo noto romanzo ha scritto: “Due sono i peccati capitali da cui derivano gli errori umani: l’impazienza e l’inerzia. A causa dell’impazienza siamo stati cacciati dal paradiso terrestre; a causa dell’inerzia [dell’accidia] non riusciamo più ad entrarci”. Parole queste che si commentano da sole.
Per partecipare al gruppo Economia scrivici a: officinaideebologna@email.it
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