LA NUOVA QUESTIONE MEDITERRANEA
di: Giuseppe Giliberti
Storico del diritto, delegato ai rapporti internazionali dell'Università di Urbino Presidente del Management Board dell'Euro-Mediterranean Universitygiuseppe.giliberti@uniurb.it
Referente Gruppo Diritto internazionale
Officina delle idee Bologna
La
conclusione del G7 di Taormina ha messo l'UE di fronte a una scelta drammatica:
"fare da sé", elaborando in tempi brevi una visione geopolitica
condivisa, o essere travolta dall'isolazionismo americano e dal revanscismo
russo. Merkel ha preso atto che la politica di Trump "nuoce all'Europa e
all'Occidente". Il socialdemocratico Sigmar Gabriel, ministro degli Esteri
tedesco, ha affermato che "la politica miope del governo degli Stati Uniti
è contraria agli
interessi dell'Unione Europea". Di tutti i problemi che l'UE deve
fronteggiare, questo è il più inatteso e
angoscioso: la scissione fra l'Anglosfera e l'Europa, cioè la possibile fine
dell'Occidente come blocco politico, economico e militare. Occorre, allora,
affrettarsi a trovare una definizione condivisa degli interessi europei,
sintetizzando le esigenze dei paesi dell'Europa centro-settentrionale, quelli
del Sud e quelli del "Gruppo di Visegrad".
Due
sono le conseguenze più vistose di questo brusco risveglio.
La prima è che, d'improvviso, tutti sembrano rendersi conto che
nemmeno il più potente
degli Stati europei è in grado di affrontare da solo le
sfide di un mondo così pericoloso. Questo ha momentaneamente
tolto vento alle vele dell'antieuropeismo. Ritornare alla lira non sembra più una trovata
risolutiva. Inoltre, invadendo la Crimea e il Donbass, Putin ha brillantemente
dimostrato che l'economia non è tutto.
Il
secondo effetto è il
rilancio della "questione mediterranea". Anche l'establishment
conservatore tedesco - interessato da sempre all'espansione commerciale e
politica verso Est - prende atto che non è più un problema che
possa essere demandato all'Italia e alla Grecia, ma è un problema vitale
per l'intera Europa.
Secondo
l'infausta profezia di Samuel Huntington, fatta propria dai neo-conservatives
di fine millennio, il Mediterraneo rappresenterebbe la linea di faglia di uno
"scontro di civiltà" tra l'Occidente e il mondo
arabo. Questa teoria, riproposta nella maniera più rozza dai
populisti, come "guerra di religione", ha acquisito un impatto
emotivo sempre crescente, a causa dalle migrazioni e del terrorismo jihadista.
Negli
ultimi anni, la politica estera europea verso i paesi arabi è stata un
fallimento, se si considera il coinvolgimento nella seconda guerra in Iraq, il
disastro della Libia, l'incapacità di aiutare le effimere
"primavere". Tuttavia, esistono esperienze da sviluppare, c'è un cammino da
riprendere. Alla narrazione dello scontro di civiltà,
l'Europa ha cercato da di opporre il progetto, anch'esso potenzialmente
coinvolgente sul piano emotivo, della creazione di un'area euro-mediterranea di
sicurezza e di sviluppo. Il dialogo tra l’Europa ed i paesi del Medio Oriente e
del Nord-Africa (“regione MENA”) ha origine dalla proposta di De
Gaulle di instaurare un rapporto privilegiato tra il Mercato Comune e le
proprie ex colonie africane. Da questo derivò il primo disegno
strategico sulla questione: la Politica Globale Mediterranea (1972-1990).
Il
programma di assistenza finanziaria MEDA, del luglio 1996, avrebbe sostituito
gli accordi bilaterali operanti. La strategia della Commissione Europea nella
fase di avvio del Partenariato somigliava, quindi, a quella che aveva
caratterizzato l’allargamento verso l’Europa orientale. Si immaginava che l’apertura
dei mercati fosse nell’interesse di tutti: la competizione
avrebbe stimolato i Paesi Terzi del Mediterraneo alla crescita, e l’allargamento
del mercato avrebbe rafforzato l’Europa nei confronti degli altri poli
del mondo globalizzato. Agganciare i Partners allo sviluppo dell’Europa
avrebbe avuto l’effetto di stabilizzarli, facendo diminuire la pressione
demografica e le minacce alla sicurezza sul lato Sud dell’UE.
Per gli stessi paesi meridionali dell’UE, la crescita economica dell’area
poteva essere un’occasione di sviluppo.
Una
premessa ideologica evidente era la convinzione che l’UE
fosse portatrice della missione storica di diffondere un modello di sviluppo
democratico e solidale. Era quindi interesse preminente dell’Europa
esercitare il suo ‘soft power’, promuovendo intorno a sé delle aree
integrate di stabilità e di sviluppo. Lo sviluppo di un
mercato regionale mediterraneo (soprattutto nel campo delle telecomunicazioni,
dei trasporti navali e aerei, del turismo, della cultura, dell’ambiente)
avrebbe avuto benefici effetti sia di carattere economico che politico, per l’UE
nel suo complesso. Le grandi infrastrutture avrebbero stimolato l’intervento
della PMI, di attori istituzionali locali, di associazioni di lavoratori e
imprenditori, e anche di Università. Il recupero del rapporto con il Sud
avrebbe rafforzato l’UE nella competizione con gli USA e
il Giappone. Allo stesso tempo avrebbe controbilanciato l’allargamento
ad Est e allentato il pericolo di un’egemonia tedesca sull’UE,
vista con qualche preoccupazione dai paesi del Sud. Il partenariato non si
sarebbe certo tradotto in un allargamento dell’UE.
Ma in teoria nulla impediva che non solo la Turchia, ma anche Israele o il
Marocco, potessero un giorno far parte dell’Europa,
se ne avessero condiviso interessi e principi politici. Il Mediterraneo aveva l’occasione
storica per recuperare la sua antica funzione di mezzo di comunicazione tra
culture e di promozione della prosperità.
Il
limite di questo programma era l'eurocentrismo: non si trattava di una politica
bilaterale, in quanto ciascuno stato del Sud era solo, politicamente ed
economicamente, di fronte all'UE. Gli scambi economici Sud-Sud, per di più,
restavano estremamente deboli.
Un
altro tentativo fu la Politica di Vicinato (“European
Neighborhood Policy”, partitata nel 2004, volta a creare
una catena di stati amici alle frontiere dell'UE, comprendenti l’Europa
orientale, il Caucaso, i Balcani,
il Mediterraneo. Funzionale a questa politica fu uno strumento di finanziamento: l'ENPI, approvato nel 2006.
Infine
si provò a
creare una politica bilaterale, dotata di struttura politico-diplomatica
comune. Nel discorso con cui annunciava la propria vittoria alle elezioni, nel
2007, Sarkozy lanciò l’idea
di una ”Unione Mediterranea”, tradottasi nel 2008 nell'Unione per
il Mediterraneo, con sede a Barcellona. L'UpM nasceva con una serie di priorità:
disinquinamento del Mediterraneo, comunicazioni marittime e terrestri,
programmi di protezione civile, energie alternative, appoggio
all'Euro-Mediterranean University (creata in Slovenia, per iniziativa dei paesi
europei e dei partners mediterranei), sviluppo di una Mediterranean Business
Initiative.
Si
tratta di un tentativo rimasto finora poco fruttuoso, soprattutto a causa della
convinzione dei paesi europei del Nord che la politica mediterranea fosse in
concorrenza con le relazioni privilegiate nei confronti dell'Est. Ma è da qui che bisogna
ripartire: a) favorire lo sviluppo di una società della conoscenza,
basata su formazione di alto livello, ricerca scientifica e un modello
educativo fondato sul rispetto della dignità umana; b)
coinvolgere i paesi partner in programmi di sviluppo; 3) stabilizzare le
istituzioni dei paesi più esposti alla minaccia jihadista, come
la Libia. Dal lato dell'UE, questo si deve combinare con una politica comune
sull'immigrazione, che ripartisca equamente gli oneri dell'accoglienza e
dell'inclusione sociale. Inoltre, bisogna costruire un efficiente sistema si
sorveglianza delle frontiere, di cui Eurosur e Frontex sono stati solo i primi
esperimenti.
Si
comincia ora a parlare di un 'Piano Marshall' del Mediterraneo, capace di
avviare lo sviluppo dei paesi dell'area. Bene. Ma di qualunque cosa si tratterà,
dobbiamo far capire all'opinione pubblica che non saranno gli Americani a finanziarlo.
Dovremo porlo in essere noi, a nostre spese, ammesso che l'UE abbia la forza
economica, politica e militare per affrontare un compito così immane. Intanto, il
Mediterraneo sta cambiando configurazione geo-politica sotto i nostri stessi
occhi. Sotto la pressione delle migrazioni, del fallimento di numerosi stati,
della desertificazione, il baricentro politico del Mediterraneo si sta
sensibilmente spostando verso Sud. Sicché, la rete di partners si dovrà
necessariamente allargare, comprendendo anche i paesi del Sahel, dai quali
passa gran parte del flusso migratorio. Il Mediterraneo sta anche slittando
verso Est, in direzione del Golfo e della Cina, la superpotenza egemone in
Africa. Perciò la
partnership mediterranea sarà più un privilegio che
noi europei graziosamente possiamo elargire, alle nostre condizioni.


